Violenza
Tredimensioni XXII (2025) 9-12
Sono frequenti le notizie di cronaca che riportano episodi di una violenza efferata, talvolta nei confronti di persone non conosciute e per futili motivi o con le quali l’aggressore aveva una relazione superficiale. Altre volte la vittima era ben conosciuta o addirittura un famigliare, e in questo caso stupisce il livello di ferocia con cui è stata aggredita. A sconvolgere sono, alternativamente, la giovane età della vittima o del violento, il grado di parentela o la storia pregressa, la banalità dell’evento scatenante o la pianificazione premeditata. Al piacere ci si può assuefare, ma il male non lascia indifferenti quando si fa vicino.
Questi episodi creano un senso di paura e una giusta preoccupazione nella popolazione, che sempre più facilmente si identifica con la vittima o anche con i parenti e gli amici dell’aggressore. Finché si tratta di un omicidio legato allo spaccio di droga o a una guerra tra bande criminali, il cittadino onesto può spontaneamente dire a sé stesso: «Mi spiace per quanto è successo, ma io non faccio parte di certi giri», o addirittura: «Fin che si ammazzano tra loro…». Quando invece si legge di un uomo accoltellato da uno sconosciuto mentre andava in bicicletta, di un ragazzo pugnalato su un autobus da un coetaneo che non aveva mai visto prima, di una giovane donna uccisa da un amico o da un ex fidanzato che sembrava una persona così per bene… cosa pensare?
Eventi del genere fanno presa perché ci fanno percepire istintivamente che i prossimi ad essere aggrediti potremmo essere noi o qualcuno dei nostri cari, o persino scoprire che nella nostra cerchia di amici un “insospettabile” si è macchiato di un grave crimine. Preoccupazione, ansia, sconforto, rabbia sono reazioni emotive spontanee, ma non aiutano a fare passi avanti se manca l’elaborazione di cosa sta succedendo e cosa si può fare. È necessario andare oltre le interpretazioni troppo semplificate che colgono uno degli elementi ma a quello si fermano, impedendo al soggetto di sentirsi interpellato da un reale coinvolgimento.
Un primo elemento che talvolta viene esasperato è quello della malattia mentale. Non tutti gli aggressori sono psichicamente malati, ma anche per quelli che lo sono rimangono domande: se una persona prova un disagio psichico così forte, non ha dato segnali in precedenza da far capire la gravità della situazione? E per quale motivo il malessere non ha trovato altre vie per esprimersi al di fuori della violenza? Non tutti i portatori di patologia sono violenti.
Un secondo elemento spesso amplificato è la differenza di cultura e religione, come se tutti gli aggressori fossero maschi, arabi, musulmani. È sufficiente scorrere le pagine dei giornali per trovare violenza ad opera di persone di tutte le religioni e le culture, ma anche nel caso si tratti di stranieri sorgono interrogativi: dato che quasi mai agiscono in nome di una convinzione religiosa, quali sono i fattori che creano disagio, e come favorire un migliore processo di integrazione?
I casi più sconcertanti sono quelli in cui l’aggressore è una persona che non ha lasciato intravvedere segni di instabilità, è cresciuta in una famiglia dall’apparenza “normale” e pareva integrata nel tessuto sociale fino al giorno del delitto.
Senza voler fare un’analisi esaustiva, vogliamo mettere in luce alcuni elementi che sono ricorrenti e devono far pensare.
✓ La perdita di contatto con la realtà. Alcuni aggressori dopo la violenza nemmeno provano a fuggire o a costruirsi un alibi, ma rimangono in stato di shock ad attendere le forze dell’ordine, oppure riprendono le attività quotidiane come se nulla fosse successo. Bisogna chiedersi se le “dissociazioni” che tutti viviamo ogni giorno – soprattutto quando ci immergiamo mentalmente con mezzi digitali – non abbiano un effetto collaterale che va considerato nella sua portata. È necessario riconoscere che cosa succede quando un ragazzo/un adolescente viene sequestrato e isolato dai social, e assimila fiumi di violenza che ne anestetizzano il sentire, in modo che non prova nulla finché la dissociazione delle sue fantasie esplode in modo distruttivo. L’effetto è quello di favorire un distacco dalla realtà anche in persone non psichicamente patologiche. Alcune forme sono ben visibili come gli hikikomori, altre sono più nascoste ma non per questo meno gravi.
✓ La perdita incredibile di empatia e la fragilità dei legami. Alcuni delitti sono molto destabilizzanti in quanto la vittima è un famigliare, la moglie, un’amica, un amico dell’aggressore, e il movente sembra essere un litigio o una legittima scelta personale rispetto alla relazione. In Italia i dati sono impressionanti: la maggior parte degli omicidi avviene in ambito familiare. C’è da chiedersi come sia possibile che in una relazione stabile, durata talvolta anni, l’aggressore non abbia maturato un livello di empatia e di legame sufficiente a farlo desistere dal fare del male. Quasi che la relazione costruita avesse i connotati del rapporto che si ha con un oggetto inanimato o soltanto con sé stessi, e non con un “altro” che è stato compreso e accolto.
✓ La mancanza di vie positive per esprimere l’aggressività. Alcuni delitti mostrano una esasperata furia omicida, mossi da una rabbia che spinge l’aggressore a fare violenza a tutti quelli che incontra. Pur nella eccezionalità della situazione, viene da domandarsi quali vie la società suggerisca per dare una forma costruttiva alla propria aggressività. Sembra che l’unico messaggio veicolato dalle istituzioni circa l’aggressività sia la necessità di imparare a gestirla per non valicare i diritti altrui. Ma la carica di energia che una persona prova davanti a situazioni di malattia, povertà, emarginazione o al rifiuto di una relazione sentimentale, quali forme può trovare per essere costruttiva? Se comprimerla è l’unica soluzione, non bisogna stupirsi troppo se qualcuno – prima o poi – esploderà.
✓ Accanto alle responsabilità personali è possibile aggiungere una sorta di assuefazione alla violenza. La guerra è sempre entrata nelle nostre case (ai rapimenti mafiosi e al terrorismo rosso e nero, sul finire del Novecento han fatto seguito le notizie delle guerre del Golfo e dei Balcani, e da allora i conflitti bellici non se ne sono più andati), ma oggi si è assommata alla realtà virtuale. Forse è più facile pensare che la violenza sia una via normale per affrontare le tensioni o addirittura che si possa uccidere impunemente. Ammazzare o essere violenti non costa quasi nulla: questa notizia è pressoché quotidiana.
✓ Crisi di identità delle figure adulte maschili. Molti uomini sono smarriti e deboli nella loro identità, per questo sono eccessivamente orientati al successo e soprattutto al potere. Il potere è un’ottima narcosi per la propria identità: quando viene a crollare, per molti maschi è un terremoto di depressione e risentimento (ad es. se un uomo perde il dominio assoluto su una donna o quando c’è un insuccesso o un fallimento di carriera – anche nella vita di un prete o di un religioso –). Assistiamo, così, a derive regressive di “machismo”, che assume svariate forme anche nelle versioni religiose. Vengono meno del tutto quelle capacità positive – spesso carenti anche prima dell’evento scatenante – di favorire l’integrazione tra i propri desideri e i limiti dati dalle situazioni, di prendere posizione con fermezza di fronte a comportamenti lesivi del prossimo, di incoraggiare i più giovani ad affrontare con speranza le difficoltà, gli insuccessi e le avversità della vita. Bisogna chiedersi se negli ambienti educativi anche religiosi, oltre che di persone accoglienti abbiamo bisogno di figure maschili autorevoli, capaci di una paternità autentica che aiuti a crescere confrontandosi con i limiti propri e con quelli posti dal contesto sociale di riferimento.




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