Sinodo e formazione nei seminari
Editoriale
Tredimensioni 23(2026) 122-126
È stato pubblicato il risultato del lavoro di uno dei Gruppi di studio1 nati nel contesto dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, incaricato di approfondire la revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis del 2016, alla luce della prospettiva sinodale missionaria. Nell’Introduzione, il Gruppo racconta il cammino compiuto e approda a una scelta precisa: invece che riscrivere la Ratio, propone un «Documento orientativo per l’attuazione della Ratio Fundamentalis e delle Ratio Nationalis in sintonia con la conversione sinodale missionaria in atto».
A prima vista qualcuno potrebbe restare deluso: dopo tanto parlare della necessità di ripensare la formazione dei presbiteri alla luce del cammino sinodale, ci si limita ad “attuare” ciò che già esiste? Ci si sarebbe forse aspettati un radicale cambiamento di paradigma o un testo nuovo che segnasse uno spartiacque netto nella formazione dei futuri preti.
A ben guardare, però, un vero cambiamento sta avvenendo, ma non nei documenti: avviene nelle prassi formative dei seminari, anche in Italia. «Qualcosa si è mosso persino in un grosso seminario quale è quello di…»; «Ora capisco meglio il coraggio dimostrato dal seminario di…: seminaristi in missione e a lavorare, una suora e una coppia nell’équipe formativa, vita in parrocchia anziché in seminario». La sensazione, in molti contesti, è che ci siano finalmente fermento e intraprendenza, dopo anni in cui il modello del seminario‑cittadella appariva irreformabile.
Del resto, già l’Introduzione del Documento afferma la necessità di una «conversione del cuore, della mente, delle relazioni e dei processi, in sintonia con l’istanza di fondo del Sinodo sulla sinodalità». Significa ricordare e tenere sempre presente che si è (e si resta) discepoli del Signore anche quando si assumono ruoli di governo e di responsabilità.
Più che sul testo in sé, l’accento si sposta allora sul cambio di mentalità, di cuore e – concretamente – di processi. Tradotto in modo molto semplice: cambiare processi vuol dire cambiare pratiche. Continuare a “fare le stesse cose”, ma in un modo nuovo, non è solo una questione di opportunità organizzativa; può diventare, se sostenuto da pensiero e discernimento, il luogo di un vero rinnovamento del cuore. In tal senso, le molte pagine di Buone Pratiche raccolte da diverse parti del mondo (poste in Appendice al Documento) mostrano che qualcosa di diverso e di nuovo è già possibile dentro l’attuale quadro normativo. Non sono un catalogo esaustivo, ma un invito alla riflessione e al coraggio di tentare strade nuove.
La formazione dei futuri presbiteri, infatti, intreccia il proprio cammino con molte questioni teologiche e pastorali, segnate dai diversi contesti culturali in cui la Chiesa vive e annuncia il Vangelo. Nelle Linee guida del Documento emergono esplicitazioni interessanti di principi già presenti nella Ratio del 2016, che meritano di essere sottolineate.
➢ Formazione nel Popolo di Dio. La formazione al presbiterato non è affare per specialisti, ma responsabilità condivisa con tutto il popolo dei battezzati. Diventa sempre più decisivo che si svolga dentro una reale immersione/incarnazione nella vita del Popolo di Dio. Per questo si parla di «assicurare un’esperienza formativa maggiormente omogenea alla vita che i candidati condurranno successivamente»: l’itinerario non deve generare ambienti artificiali, distaccati dalla vita ordinaria dei fedeli, ma rimanere a stretto contatto con il quotidiano del Popolo di Dio, per abitare davvero la condizione umana e sperimentare la circolarità delle vocazioni, tutte coinvolte nella missione, in uno scambio reciproco di doni. Ne deriva il superamento del seminario come comunità educante privilegiata, per allargare lo sguardo alla comunità tutta. Non si tratta solo di “integrare” qualche figura finora marginale, ma di spostare i seminaristi negli ambienti abituali di queste persone, oppure di portare dentro piccole comunità – quasi familiari – pezzi di quotidianità laica (cucinare, lavorare, pulire…).
➢ Formazione modulare e in uscita. Il Documento propone una formazione modulare, con tempi diversificati di vita nelle comunità cristiane, senza allungare indefinitamente il cammino formativo. Questo può diventare un elemento importante anche per chi è già presbitero e si trova provocato a rileggere la propria formazione: se è qualificante la formazione iniziale, lo è ancora di più assumere una postura di formazione continua, da vivere proprio nei luoghi ordinari del ministero. Le indicazioni legate alla missione – servizio ai poveri, omiletica e catechesi, cultura digitale, tutela e safeguarding, dimensione ecumenica – rischiano di essere percepite come ulteriori “capitoli” da aggiungere alle tante cose che il futuro presbitero dovrebbe conoscere. La sfida è farle diventare, invece, ambienti reali di apprendimento, e non semplici materie che si aggiungono.
➢ Formazione integrale, davvero integrata. La necessità di una formazione integrale è ormai un dato acquisito del magistero, ma il rischio di lavorare in modo poco integrato rimane concreto, soprattutto quando si passa alla formazione umana e, al suo interno, alla dimensione affettivo-sessuale. Proprio qui si giocano molte fatiche e altrettante possibilità di crescita personale e comunitaria.
➢ Équipe e discernimento comunitario. Nel tratteggiare l’équipe per la formazione iniziale, il Documento elenca varie figure da coinvolgere, in base alle competenze e alla loro specifica vocazione.
L’aspetto forse più interessante è il coinvolgimento esplicito di queste persone nel processo di discernimento, lungo tutti i passaggi di vita che il seminarista attraversa. Non si tratta solo di “consulenze” esterne, ma di un vero discernimento comunitario.
Accanto a questi elementi, però, restano alcune questioni che il Documento affronta solo di sfuggita o non nomina affatto e che, nella vita concreta dei presbiteri, agiscono come vere e proprie mine sepolte sotto la superficie. Non toccarle significa, di fatto, lasciare intatte alcune radici del clericalismo e di sofferenza silenziosa nel ministero.
• La liturgia come palcoscenico gerarchico. I gesti liturgici – così come sono abitualmente praticati – continuano a comunicare marginalizzazione della donna e rigida piramide di ruoli: si pensi al seminarista inginocchiato ai piedi del vescovo per sorreggere libro o microfono, alle processioni interminabili di soli maschi, all’assenza quasi totale di figure femminili in ruoli realmente decisionali nello spazio celebrativo. Non è solo questione di “sensibilità contemporanea”: è il modo in cui il corpo della Chiesa impara, domenica dopo domenica, chi conta e chi serve.
• Una fraternità presbiterale fragile e sospetta. La fraternità tra preti è solennemente affermata, ma spesso ridotta al minimo sindacale della correttezza professionale: non parlar male l’uno dell’altro e poco più. In molti contesti, le relazioni amicali profonde vengono facilmente lette come “amicizie particolari”, alimentando sospetto invece che fiducia. Il risultato è che molti presbiteri vivono una solitudine affettiva di fatto, che non ha luoghi né parole per essere riconosciuta e accompagnata.
• Una preghiera “monastica” che non regge la vita reale. La forma di preghiera proposta – centrata ancora su un modello monastico di recita del breviario –, nella pratica risulta inattuale per una buona parte dei preti: non si armonizza con i ritmi del ministero, fatica a nutrire la preghiera personale e comunitaria, occupa spazi che potrebbero essere dedicati a percorsi formativi o a modalità più libere e incarnate di preghiera. Di fatto, molti preti si arrangiano da soli, tra sensi di colpa e adattamenti personali, senza che questo tema venga mai verbalizzato nel cammino formativo.
• Celibato, affetti e doppie vite. La dimensione affettivo-sessuale nel celibato per il Regno continua a essere trattata in modo marginale o moralistico. Manca spesso un tempo sufficiente di vita fraterna, attività e servizio condiviso prima del “cursus honorum” seminaristico (ministeri, ammissione, diaconato…), con una verifica reale dello stile delle relazioni: gestione dei confini, esercizio del potere, intimità, uso del corpo e degli affetti. L’assenza di questo lavoro profondo espone al rischio non solo di cadute, ma di doppie vite strutturate, che logorano la gioia del ministero e la credibilità della comunità cristiana.
• La gestione delle opere come peso schiacciante. In molti contesti occidentali il ministero presbiterale è segnato da una gestione quasi aziendale di edifici e attività (scuole dell’infanzia, oratori, strutture parrocchiali), che assorbe energie enormi. Questo carico produce spesso frustrazione, burnout, senso di fallimento, con ricadute dirette sulla qualità delle relazioni pastorali e sulla tenuta del celibato. Anche qui la formazione iniziale è quasi muta: si parla genericamente di “amministrazione”, ma quasi mai di come vivere il ministero quando la gran parte del tempo è occupata da riunioni, gestione del personale, bilanci e ristrutturazioni.
• Orientamento sessuale e discernimento vocazionale onesto. La non accoglienza di chi abbia una chiara tendenza omosessuale viene spesso affrontata a colpi di frasi generali o di divieti astratti, senza un serio accompagnamento delle persone e un discernimento comunitario. Il rischio concreto è quello di presumere il carisma del celibato per il Regno sulla base di un contesto chiuso come il seminario, senza garantire – soprattutto ai più giovani – un tempo lungo di immersione nella fraternità del Popolo di Dio, nel lavoro e nel servizio gratuito. Così alcune fragilità restano coperte, fino ad esplodere dopo l’ordinazione.
“Aggiornamento” è diventata una parola chiave per la Chiesa, a partire da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II. Oggi, questo termine appare particolarmente pertinente per la formazione dei futuri presbiteri: difficilmente potremo dare risposte definitive, valide una volta per tutte. Per usare il linguaggio di papa Francesco, ciò che è iniziato è un processo non un prodotto finito, e sarà così anche in futuro, soprattutto dove l’identità ecclesiale si riconosce in continuo movimento. Forse, la vera fedeltà alla Ratio – e al Vangelo – sta proprio qui: nell’accettare di rimanere in formazione, come discepoli, lungo tutta la vita.
Tredimensioni 23(2026) 122-126
È stato pubblicato il risultato del lavoro di uno dei Gruppi di studio1 nati nel contesto dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, incaricato di approfondire la revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis del 2016, alla luce della prospettiva sinodale missionaria. Nell’Introduzione, il Gruppo racconta il cammino compiuto e approda a una scelta precisa: invece che riscrivere la Ratio, propone un «Documento orientativo per l’attuazione della Ratio Fundamentalis e delle Ratio Nationalis in sintonia con la conversione sinodale missionaria in atto».
A prima vista qualcuno potrebbe restare deluso: dopo tanto parlare della necessità di ripensare la formazione dei presbiteri alla luce del cammino sinodale, ci si limita ad “attuare” ciò che già esiste? Ci si sarebbe forse aspettati un radicale cambiamento di paradigma o un testo nuovo che segnasse uno spartiacque netto nella formazione dei futuri preti.
A ben guardare, però, un vero cambiamento sta avvenendo, ma non nei documenti: avviene nelle prassi formative dei seminari, anche in Italia. «Qualcosa si è mosso persino in un grosso seminario quale è quello di…»; «Ora capisco meglio il coraggio dimostrato dal seminario di…: seminaristi in missione e a lavorare, una suora e una coppia nell’équipe formativa, vita in parrocchia anziché in seminario». La sensazione, in molti contesti, è che ci siano finalmente fermento e intraprendenza, dopo anni in cui il modello del seminario‑cittadella appariva irreformabile.
Del resto, già l’Introduzione del Documento afferma la necessità di una «conversione del cuore, della mente, delle relazioni e dei processi, in sintonia con l’istanza di fondo del Sinodo sulla sinodalità». Significa ricordare e tenere sempre presente che si è (e si resta) discepoli del Signore anche quando si assumono ruoli di governo e di responsabilità.
Più che sul testo in sé, l’accento si sposta allora sul cambio di mentalità, di cuore e – concretamente – di processi. Tradotto in modo molto semplice: cambiare processi vuol dire cambiare pratiche. Continuare a “fare le stesse cose”, ma in un modo nuovo, non è solo una questione di opportunità organizzativa; può diventare, se sostenuto da pensiero e discernimento, il luogo di un vero rinnovamento del cuore. In tal senso, le molte pagine di Buone Pratiche raccolte da diverse parti del mondo (poste in Appendice al Documento) mostrano che qualcosa di diverso e di nuovo è già possibile dentro l’attuale quadro normativo. Non sono un catalogo esaustivo, ma un invito alla riflessione e al coraggio di tentare strade nuove.
La formazione dei futuri presbiteri, infatti, intreccia il proprio cammino con molte questioni teologiche e pastorali, segnate dai diversi contesti culturali in cui la Chiesa vive e annuncia il Vangelo. Nelle Linee guida del Documento emergono esplicitazioni interessanti di principi già presenti nella Ratio del 2016, che meritano di essere sottolineate.
➢ Formazione nel Popolo di Dio. La formazione al presbiterato non è affare per specialisti, ma responsabilità condivisa con tutto il popolo dei battezzati. Diventa sempre più decisivo che si svolga dentro una reale immersione/incarnazione nella vita del Popolo di Dio. Per questo si parla di «assicurare un’esperienza formativa maggiormente omogenea alla vita che i candidati condurranno successivamente»: l’itinerario non deve generare ambienti artificiali, distaccati dalla vita ordinaria dei fedeli, ma rimanere a stretto contatto con il quotidiano del Popolo di Dio, per abitare davvero la condizione umana e sperimentare la circolarità delle vocazioni, tutte coinvolte nella missione, in uno scambio reciproco di doni. Ne deriva il superamento del seminario come comunità educante privilegiata, per allargare lo sguardo alla comunità tutta. Non si tratta solo di “integrare” qualche figura finora marginale, ma di spostare i seminaristi negli ambienti abituali di queste persone, oppure di portare dentro piccole comunità – quasi familiari – pezzi di quotidianità laica (cucinare, lavorare, pulire…).
➢ Formazione modulare e in uscita. Il Documento propone una formazione modulare, con tempi diversificati di vita nelle comunità cristiane, senza allungare indefinitamente il cammino formativo. Questo può diventare un elemento importante anche per chi è già presbitero e si trova provocato a rileggere la propria formazione: se è qualificante la formazione iniziale, lo è ancora di più assumere una postura di formazione continua, da vivere proprio nei luoghi ordinari del ministero. Le indicazioni legate alla missione – servizio ai poveri, omiletica e catechesi, cultura digitale, tutela e safeguarding, dimensione ecumenica – rischiano di essere percepite come ulteriori “capitoli” da aggiungere alle tante cose che il futuro presbitero dovrebbe conoscere. La sfida è farle diventare, invece, ambienti reali di apprendimento, e non semplici materie che si aggiungono.
➢ Formazione integrale, davvero integrata. La necessità di una formazione integrale è ormai un dato acquisito del magistero, ma il rischio di lavorare in modo poco integrato rimane concreto, soprattutto quando si passa alla formazione umana e, al suo interno, alla dimensione affettivo-sessuale. Proprio qui si giocano molte fatiche e altrettante possibilità di crescita personale e comunitaria.
➢ Équipe e discernimento comunitario. Nel tratteggiare l’équipe per la formazione iniziale, il Documento elenca varie figure da coinvolgere, in base alle competenze e alla loro specifica vocazione.
L’aspetto forse più interessante è il coinvolgimento esplicito di queste persone nel processo di discernimento, lungo tutti i passaggi di vita che il seminarista attraversa. Non si tratta solo di “consulenze” esterne, ma di un vero discernimento comunitario.
Accanto a questi elementi, però, restano alcune questioni che il Documento affronta solo di sfuggita o non nomina affatto e che, nella vita concreta dei presbiteri, agiscono come vere e proprie mine sepolte sotto la superficie. Non toccarle significa, di fatto, lasciare intatte alcune radici del clericalismo e di sofferenza silenziosa nel ministero.
• La liturgia come palcoscenico gerarchico. I gesti liturgici – così come sono abitualmente praticati – continuano a comunicare marginalizzazione della donna e rigida piramide di ruoli: si pensi al seminarista inginocchiato ai piedi del vescovo per sorreggere libro o microfono, alle processioni interminabili di soli maschi, all’assenza quasi totale di figure femminili in ruoli realmente decisionali nello spazio celebrativo. Non è solo questione di “sensibilità contemporanea”: è il modo in cui il corpo della Chiesa impara, domenica dopo domenica, chi conta e chi serve.
• Una fraternità presbiterale fragile e sospetta. La fraternità tra preti è solennemente affermata, ma spesso ridotta al minimo sindacale della correttezza professionale: non parlar male l’uno dell’altro e poco più. In molti contesti, le relazioni amicali profonde vengono facilmente lette come “amicizie particolari”, alimentando sospetto invece che fiducia. Il risultato è che molti presbiteri vivono una solitudine affettiva di fatto, che non ha luoghi né parole per essere riconosciuta e accompagnata.
• Una preghiera “monastica” che non regge la vita reale. La forma di preghiera proposta – centrata ancora su un modello monastico di recita del breviario –, nella pratica risulta inattuale per una buona parte dei preti: non si armonizza con i ritmi del ministero, fatica a nutrire la preghiera personale e comunitaria, occupa spazi che potrebbero essere dedicati a percorsi formativi o a modalità più libere e incarnate di preghiera. Di fatto, molti preti si arrangiano da soli, tra sensi di colpa e adattamenti personali, senza che questo tema venga mai verbalizzato nel cammino formativo.
• Celibato, affetti e doppie vite. La dimensione affettivo-sessuale nel celibato per il Regno continua a essere trattata in modo marginale o moralistico. Manca spesso un tempo sufficiente di vita fraterna, attività e servizio condiviso prima del “cursus honorum” seminaristico (ministeri, ammissione, diaconato…), con una verifica reale dello stile delle relazioni: gestione dei confini, esercizio del potere, intimità, uso del corpo e degli affetti. L’assenza di questo lavoro profondo espone al rischio non solo di cadute, ma di doppie vite strutturate, che logorano la gioia del ministero e la credibilità della comunità cristiana.
• La gestione delle opere come peso schiacciante. In molti contesti occidentali il ministero presbiterale è segnato da una gestione quasi aziendale di edifici e attività (scuole dell’infanzia, oratori, strutture parrocchiali), che assorbe energie enormi. Questo carico produce spesso frustrazione, burnout, senso di fallimento, con ricadute dirette sulla qualità delle relazioni pastorali e sulla tenuta del celibato. Anche qui la formazione iniziale è quasi muta: si parla genericamente di “amministrazione”, ma quasi mai di come vivere il ministero quando la gran parte del tempo è occupata da riunioni, gestione del personale, bilanci e ristrutturazioni.
• Orientamento sessuale e discernimento vocazionale onesto. La non accoglienza di chi abbia una chiara tendenza omosessuale viene spesso affrontata a colpi di frasi generali o di divieti astratti, senza un serio accompagnamento delle persone e un discernimento comunitario. Il rischio concreto è quello di presumere il carisma del celibato per il Regno sulla base di un contesto chiuso come il seminario, senza garantire – soprattutto ai più giovani – un tempo lungo di immersione nella fraternità del Popolo di Dio, nel lavoro e nel servizio gratuito. Così alcune fragilità restano coperte, fino ad esplodere dopo l’ordinazione.
“Aggiornamento” è diventata una parola chiave per la Chiesa, a partire da papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II. Oggi, questo termine appare particolarmente pertinente per la formazione dei futuri presbiteri: difficilmente potremo dare risposte definitive, valide una volta per tutte. Per usare il linguaggio di papa Francesco, ciò che è iniziato è un processo non un prodotto finito, e sarà così anche in futuro, soprattutto dove l’identità ecclesiale si riconosce in continuo movimento. Forse, la vera fedeltà alla Ratio – e al Vangelo – sta proprio qui: nell’accettare di rimanere in formazione, come discepoli, lungo tutta la vita.
1 Cf Gruppo di Studio n. 4, La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria - Rapporto Finale, http://www.synod.va
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